Amici Miei, Firenze, vita, gioco, morte

E’ uno dei film preferiti di molti, "Amici miei": non avendo voglia e tempo di scrivere pubblico qui interessanti pezzi di commenti apparsi su un gruppo di discussione fiorentino. Per dire che il cinema non è solo schermo e popcorn

è un insieme di emozioni, come dopo una notte di bagordi non resta solo la stanchezza e il mal di testa, resta anche il pensiero di una giornata per cui è valso la pena vivere.

il succo del film sta tutto nella battuta del Perozzi, riferito al figlio: "non ho mai capito se son più bischero io che prendo la vita come un gioco, se è lui che la prende come una condanna ai lavori forzati , o se lo siamo
tutti e due"

Avevo tredici anni quando l’ho visto la prima volta, ed era la Firenze che avevo sotto gli occhi in quel preciso momento. Naturalmente, da tredicenne, non potevo "elaborare" la visione del film come la posso elaborare oggi da quarantaseienne; ci feci la congrua dose di risate, ma un senso di tristezza mi prese anche allora. Istintiva, probabilmente. Dell’oggi non parlo volutamente, anche perché la mia età si sta pericolosamente avvicinando a quella dei protagonisti del film (che sono peraltro quasi tutti morti: Tognazzi, Noiret, Celi, Montagnani, Paolo Stoppa l’usuraio…). Così come non voglio parlare della Firenze "di oggi" contrapposta a quella "di ieri", e quale delle due sia "migliore" o "peggiore". Il tempo se ne va e non lo si riagguanta. "Amici miei" è la storia disperata di un patetico, eroico, carognesco tentativo di riagguantarlo. E’ un film che, in puro stile toscano, ha una protagonista che c’è ma non si vede, sorella Morte; e i mortali provano a farsene beffe, pur sapendo benissimo come andrà a finire. Sembra che, nel progetto originale di Pietro Germi, dovesse essere ambientato a Bologna e che solo per improvvisi problemi l’ambientazione fosse stata spostata a Firenze. Mai improvvisi problemi furono più provvidenziali. Quando si parla della cosiddetta "toscanità", si scorda generalmente una sua componente essenziale, dal punto di vista storico: il rapporto con la morte, che dà al toscano quel suo background cupo e infernale che è lecito forse far risalire addirittura agli Etruschi. Il resto, le battute, la voglia di scherzare eccetera, è il belletto che lo ricopre.  "Amici miei" ha saputo incredibilmente bene tirare via quel belletto e riportare il toscano alla sua nudità.

(nota: scritto in puro dialetto fiorentino)
oh, tanti bei discorsi sulla toscanità, sulla filosofia, sulla patina del tempo e altre allegre amenita’… o gente, e ll’e’ un filme! e per sua natura chi lo vede ci si rispecchia! Se uno gl’abita in un angusto
monolocale verso Novoli e lavora come precario a un colsenter allora guardera’ la parte dove si vede la casa del Mascetti con un occhio differente e dentro di se dirà: guarda questi coglioni che con dieci minuti di film hanno reso appieno l’angoscia del cassintegrato che unn’arriva a fine mese, ecc ecc… quando in realta’ e’ lui che ci vede la poesia o la crudezza; la mamma belloccia ma appassita che si ritrova la figliola non proprio avvenente avra’ un fremito quando sentira’ la vocina nasale che recita "sparecchiavo" e in cuor suo pensera’ che forse una sorte simile tocchera’ anche alla sua piccina, brutta asserpentata. I filmi si guardano ma spesso son loro che vedan noi (Si, ma solo quelli fatti bene come Amici Miei, gli altri film sono orbi , ndr ). Su di me Amici Miei suscita altre sensazioni, mi fa pensare ai miei genitori, a mio padre che quande ci fu l’alluvione abitava a Settignano e prese la sua moto rossa (che io m’immagino tale e quale alla mitica moto del Che, la Poderosa, anche se poi la faceva piu’ fumo che chilometri) per andare a vedere icche gl’era successo e mi raccontava poi che c’erano i divani che galleggiavan dove prima c’erano le strade…alla mi mamma che da piccina la viveva in due stanze in affitto… non una casa di due vani ma proprio due stanze, una in un posto e l’altra distante qualche piano di scale, senz’altro avanzate alle famiglie che avevano gli appartamenti "completi"… per me Amici Miei e’ sentir chiacchierare la mi’ zia Maddalena Nardi che la stava di casa in via del Castellaccio e l’aveva il marito "tramviere" che raccontava i nomi delle strade piu’ strani, per me poi che unn’ero nemmen di Firenze, e per me Via Calimaruzza la c’ha immancabile il sapore delle caramelle Rossana, che la zia si portava dietro SEMPRE. Per me Amici Miei ha lo stesso odore di Firenze di mattina, quando la prima settimana dei settembre o l’ultima di agosto di pigliava il treno la mattina presto presto e si veniva a Firenze a far le compere per la scuola, scorta di quaderni a quadretti perche’ le righe prima bisognava sentire la maestra quale la voleva, e buttar via quattrini per un quadrerno colle righe sbagliate proprio non si poteva, ecco… lo stesso odore di Firenze di mattina appena scesa dal treno e immersa fin’all’orecchi nell’avventura di comprar le gomme da cancellare all’Upimme… vedere quel filme mi riporta in testa i soliti odori, i soliti colori, la solita gente e a seconda dello stato d’animo di quando io lo guardo ci vedo cose differenti, qualche volta spensieratamente noto le meravigliose battute, qualche volta vedo la sedia a rotelle e la tristezza neglio occhi di Tognazzi, qualche volta rido come una pazza quande pintano la torre di Pisa… dipende! Mica e’ possibile guardare un film o leggere un libro sempre nel solito modo, cambiamo noi da una volta all’altra, cambia il film che "abbassa il volume" nelle parti che non si mettono in rilievo di volta in volta, come se seguisse una sua logica, il portare avanti o meno un’idea in quel momento preciso.
firmato: Cristina, ma soprattutto antani

Recensione: Gomorra , il film

Non ho letto il libro e ne ho sentiti di parere discorsi (grossa importanza simbolica ma pochino sul valore letterario), lo leggerò prima o poi. Il film mi ha colpito come un maglio. Comodo comodo in poltrona menrte sgranocchiavo popcorn, ecco che si comincia con un bel dialogo in dialetto stretto, per fortuna ci sono i sottotitoli che sono quasi sempre indispensabili. Ci sono varie storie tutte ambientate nello stesso luogo, tutte potenzialmente intersecate o intersecabili. Si mostrano vari concetti: la lealtà, il tradimento, l’ambizione, la violenza, il potere, il denara.. Più che altro, si mostra un mondo. Anzi, no, si mostra una nazione, un popolo, uno Stato. Che vive e prospera, che ha le sue leggi, i suoi valori, la sua polizia, la sua giustizia, la sua economia, il suo modello educativo, la sua politica, la sua questione immigrazione, la sua questione ambientale, la sua previdenza e la sua assistenza.  Uno  stato completamente diverso dal nostro, uno stato che non è assolutamente anarchia, anzi è fortemente regolato e autoregolante su scala rigidamente gerarchica, un modello di efficiente organizzazione dell’amministrazione. Uno stato completamente avulso dal nostro modo di pensare cosa sia  uno stato, eppur è reale, esiste è concreto e prospera. A questo punto ripensi ai sottotitoli, che non fanno altro che sottolineare la diversità di quello stato dal nostro. Poi capti delle parole in italiano e ti accorgi che ti eri dimenticato che quello stato camorristico , magistralmente rappresentato in questo film, non solo esiste ma è vicino, opera non distante da noi, fa affari probabilmente anche nella nostra regione. Quello strano diversissimo stato è qui, e il grande valore di questo film è proprio nella sua capacità di toglierci le fette di prosciutto davanti agli occhi.

 

"Todo sobre mi madre", di P. Almodòvar

Rivisto l’altra sera, credo sia la sesta o settima volta (la seconda in lingua originale, sottotitolato però perché certi dialoghi colloquiali con termini un po’ gergali sennò li perderei).

Che grande film! Il migliore del regista spagnolo, senza dubbio. Credo non esista al mondo un autore cinematografico così bravo, così capace nel far percepire allo spettatore le emozioni, i sentimenti, il dolore, la gioia, la serenità, l’astio, il fastidio dei protagonisti; merito anche della sua grande capacità di far immedesimare gli attori nel ruolo che recitano, altro che metodo Stanislavski attori andate a farvi dirigere dal grande Pedro! Come al solito, è un film dove comandano le donne e gli uomini al solito sono comparse o inetti, inadeguati alla vita. La sensibilità del grande Pedro riesce a raccontare una storia tragica ma dominata dalla speranza nel futuro, simboleggiata naturalmente dalla nuova vita che nasce alla fine. E’ uno di quei film che non mi stancherò mai a rivedere, forse perché parla di cose importanti, sempre vere, sempre giuste. Lo guardi, e vedi la vita.

“Caterina va in città”, di Paolo Virzì

Ho rivisto tempo fa questo film in tv. Di Virzì adorai lo splendido cult giovanil-livornese che era Ovosodo, in pratica una versione cinematografica del Vernacoliere , che continuo a ritenere il suo film migliore. Però in “Caterina” prova raccontando una storia semplice di una ragazzina ingenua a illustrarci la povertà dell’Italia di oggi. La povertà intellettuale, la rozzezza degli arricchiti, la politica che guarda al passato o a sé stessa e si dimentica dei problemi, limitandosi all’odio verso gli avversari come se fossero allo stadio e non a far politica (da pòlis, città). L’equivalenza cultura = televisione (brrrr). La raccomandazione come valore. I propri insuccessi che sono sempre colpa degli altri, e mai limitatezza propria. L’evitare le responsabilità elevato a rango di arte. Che ritratto impietoso, potrei andare avanti per ore. Un paese che alla fine si salva per pochi che lo redimino e lo guidano, i pochi che guardano agli altri senza sospetti e pregiudizi, i pochi puri che sognando riescono comunque a raggiungere i propri obiettivi.

The Simpsons, il film

Visto ieri sera, grandissimo! Gli amanti della serie lo apprezzeranno per le risate a crepapelle e per la comparsata di tutti i personaggi. I non aficionados si schianteranno dal ridere. Non vale probabilmente le puntate più cult della serie normale, ma ottimo livello. Un’ora e mezza spassosa, grazie Matt!

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: