Intervista al finisher del Cro-Magnon

[Premessa: 1 anno e mezzo fa, voglioso di qualcosa di nuovo e indeciso tra trail e ultramaratona scelsi il primo. Tra i fattori determinanti nella scelta ci fu l’incontro telematico sul gruppo it.sport.atletica con Gualtiero "Krom" , esperto di ecomaratone e aspirante ultratrailer che mi dette i primi consigli, le prime dritte, soprattutto quell’incoraggiamento di cui generalmente ho bisogno quando mi butto in qualcosa. Da allora ne abbiamo fatta di strada entrambi, scambiandoci molte opinioni . Sabato Krom ha chiuso il suo obiettivo biennale, la mitica ultra Cro Magnon da Limone Piemonte a Cap d’Ail (insomma, Montecarlo). Sono così felice per lui che ho voluto chiedergli di tutto ma in modo curioso, in una intervista che abbiamo deciso di pubblicare sui nostri blog. Consideratela come una serie di domande che può fare chi ancora ha da affrontare il suo primo ultratrail, e che naturalmente di fronte all’ignoto prova quel misto di paura eccitazione e curiosità ]

Krom,  esperto tecnico della redazione di Spirito Trail, finalmente finisher del Cro-Magnon (beh, l’anno scorso sappiamo come andò). Quali sensazioni all’arrivo, e quali adesso, in due parole?

È sempre difficile descrivere le emozioni che si provano all’arrivo di una gara dura e lunga come
questa… Liberazione, felicità, ma anche un pizzico di delusione; prevale la gioia, comunque.
Adesso, anche dopo aver ricevuto i complimenti di tanti non-runner vedi la cosa un po’ diversa. Nel tuo
piccolo sai, ti rendi conto, di avere fatto un’impresa.

Cosa si prova la notte prima del via? Eri teso, agitato, adrenalinico, rilassato, tranquillo,
emozionato…

Sono contraddistinto da una forte emotività (che accetto perché da’ pepe e entusiasmo alla mia vita) e
perciò vivo sempre agitato le vigilie. Stavolta le incertezze sul meteo e sulla possibilità di farla
hanno aggiunto tensione. Mettici pure la notte passata in tenda sotto il frenetico martellare della
pioggia…

In una gara di 14 ore quale tattica mentale hai usato per non pensare alla distanza ancora da
percorrere? Ti sei posto traguardi intermedi, o ti sei estraniato completamente, o che altro?

Soprattutto su un percorso ignoto, come accade spesso del resto, mi pongo obiettivi intermedi legati ai
rifornimenti. È un gioco che fanno in tanti. E finchè sei lucido riesci bene a gestire.

La crisi in una gara ultra: più fisica o mentale?

Solo in seguito ai problemi allo stomaco ho attraversato una fase di crisi. Ma a  livello mentale è
durato veramente poco. Più che altro ero infastidito da questo inconveniente per le limitazioni alla mia
azione, verso l’obiettivo che mi ero posto di arrivare quanto prima. Mi sono seduto qualche volta, con
la speranza di chiudere gli occhi e svegliarmi a casa coccolato dai miei. Sono stati momenti di ricarica
mentale, una sveglia: "se non ti muovi non arrivi più"

Il momento più bello e quello più brutto in gara

Più bello in assoluto è stato dopo il rifornimento dell’Authion, ero felice quasi quanto all’arrivo.
Trovare tutta quella gente, il potersi cambiare, fermare, riposare… Poi ho telefonato a Barbara,
sentire la sua voce mi ha fatto cancellare la stanchezza.
Mentre il primo attacco di stomaco, qualche km dopo Sospel, è stato il momento più brutto: mancavano
30km all’arrivo e non capivo il perché potesse succedere. È il muro del 60°km, è più o meno in questo
frangente che ho sempre questa reazione. Sarà un mio limite organico? O è solo mentale, una convinzione?
Per risolvere il problema avrei dovuto fermarmi per una mezzora, bere lentamente e alimentarmi con
zuccheri semplici. Ho preferito continuare anche in condizioni critiche, rallentando il passo. Per
fortuna avevo briciole di liquirizia purissima che hanno coadiuvato e sostenuto la mia testa.

In una gara del genere l’agonismo rischia di essere controproducente, mi hai accennato al fatto che si corre solo contro di sè: ma come è stata l’interazione con gli altri trailer? Ti è capitato di
agganciarti ad altri nei momenti più duri, oppure hai dato una mano a qualcuno in difficoltà? E se ci si parla, cosa ci si dice?

Noi che veniammo dalla corsa su strada fatichiamo a capire questa cosa. Spesso vogliamo non essere
superati o raggiungere qualcuno avanti. È un errore bello e buono in cui cado spesso e che, sicuramente,
incide sul bilancio energetico. Nel trail la competizione, almeno al nostro livello, deve essere
inesistente. Spesso mi sono incollato a qualcuno per ritrovata spinta mentale e spesso ho corso perché
davanti a me qualcuno correva. I discorsi con i trailer sono spesso vari, anche se non mancano
considerazioni sui proprio limiti o impressioni sul percorso o sullo stato del proprio allenamento.

So che sei stato vicino al ritiro: qual è stata la molla mentale che ti ha fatto proseguire?

Come ho già detto, è stata la solida e ineccepibile convinzione del muoversi per arrivare, avendo un
problema non insormontabile pur serio. Mi sono ricordato alcune frasi di Trabucchi, in cui si afferma
che il rispondere positivamente ad una sensazione o situazione negativa danno un’indubbia forza mentale.
Se non altro in termini di esperienza. È la prima volta che in gara sono riuscito ad affrontarla al
meglio. In allenamento è tutto più facile.

Personalmente ritengo che il trail sia essenzialmente esplorazione ed osservazione, che non si possa prescindere dall’ambiente circostante: in un ultra così, c’è il tempo e la forza per ammirare la natura attorno a noi? Oppure la gara fa passare in secondo piano l’aspetto "esplorativo"?

Hai ragione da vendere. Purtroppo questo "catarro agonistico" non vuole sciogliersi. Tranne poche
occasioni, non ho potuto godere dei paesaggi o dei particolari. Mi hanno colpito i forti militari (sia
sul confine con l’italia sia all’approssimarsi al mare), un cannone abbandonato, la figura di montecarlo
dall’alto con i suoi giardini, le sue ville e palazzi… è un aspetto che passa in secondo piano e
vorrei che non lo fosse. Si dovrebbe togliere del tutto il cronometro, rilassarsi e percorrere lo stesso
tratto in più tappe, un raid senza assillo di classifiche. Io, il trail, vorrei interpretarlo così. È il
mio obiettivo futuro, organizzare trail per il gusto di percorrerli e stop.

Nei duri km finali, cosa si prova? Eccitazione, appagamento, rilassamento, o la pace dei sensi?

Eccitazione. Senti la calamita dell’arrivo che attiva il suo campo magnetico. Le energie mentali
raddoppiano e forse anche di più. Poi ti raffreddi un poco se scopri che le distanze non sono quelle
visive, che il percorso si allunga inerpicandosi in modo non lineare… però, la sicura è stata tolta,
ti getti a capofitto verso la fine, senza remore, senza pensare più a nulla.

All’arrivo spesso si dice "mai più". Più razionalmente, ora che hai conosciuto la durezza di un
ultra così duro, come cambia il tuo approccio a questo tipo di gare e distanze? Cosa cambierai
nell’atteggiamento mentale la prossima volta?

Razionalmente penso di interpretare una gara di questo tipo ad andatura più tranquilla, turistica, mi
prenderò la fotocamera, così avrò la scusa di andare più lento, eventualmente alla fine premerò il
pedale. Solo così penso di sopravvivere al meglio. Altrimenti, davvero, la distanza così elevata non fa
per me e punto. Un percorso di 30-40-50km con scoperte di luoghi e tracciati è divertimento al 100% ed è l’ideale, così vedo il mio futuro trail come ho già scritto.

Parliamo di cose più pratiche: con quale equipaggiamento sei partito, quali scorte alimentari, cosa c’era nello zaino, quali scarpe hai usato, quale abbigliamento?

Ho sfruttato al meglio la possibilità del ricambio all’Authion (a metà percorso) minimizzando il
bagaglio. alla partenza: abbigliamento leggero, ma coperto con fuseaux lunghi, maglia maniche lunghe
leggera e gilet antivento; al cambio ho potuto mettere maglia a maniche corte e pantaloncini visto
l’avvicinamento al mare. Ho esagerato con le scorte alimentari con cui avrei potuto risparmiare 3-400
grammi: i ristori disponevano di una grande varietà di cibi e sapendolo (ma non lo sapevo) avrei agito
di conseguenza. Se non è prevista totale autosufficienza alimentare uno zaino da 10 litri è ottimo,
pratico e leggero.

Hai usato i bastoni? Se sì, in quali tratti?

Certo. Bastoni indispensabili, in salita come aiuto alla spinta, in discesa come punti di equilibrio. Lo
stesso nei traversi fangosi, correndo sfrutti il perno del bastone spostando il baricentro del corpo
opportunamente. Utilissimi al Cro-, senza dubbio!

Salita, discesa, falsopiano: in quali tratti hai corso?

Salita corsa parzialmente solo all’inizio, discesa sempre, tranne quella, impervia e accidentate, dal
Baudoc, mentre sul falsopiano ho sempre cercato di correre. Ovviamente i ritmi sono andati in calando
con il progredire dei chilometri e del disturbo allo stomaco.

Raccontaci qualcosa di curioso che ti è capitato durante il Cro, hai qualche aneddoto?

Questo: montagna con prati, sentiero di traverso si sentono urla, tante urla. Mi sono detto: è il
ristoro prossimo (l’Authion). No, all’Authion mancava ancora molto, era un gregge immenso di pecore in
fondo ad una vallata che belava in mille tonalità diverse.
Oppure questo: mi supera una ragazza, in un momento che stavo andando forte, "questa è una top", ho
pensato. Dopo venti secondi, avrà avuto una decina di metri di vantaggio, si mette di lato, si
accovaccia e… attacco intestinale! Più vista! 😀
Oppure, ancora, questo: davanti a me vedo un gruppo di persone. Si è fatto male uno di loro. Gli altri
cercano di chiamare il soccorso, ma non prende il cell. Io mi fermo per sincerarmi che non serva una
mano. Dietro di me arriva un gruppo lanciato, alcuni di loro inveiscono perché occupiamo il sentiero…
ma andate a cag…! per la cronaca dopo due ore (due ore) ho sentito un elicottero… non vorrei essere
nei panni di chi ha VERI problemi fisici su queste distanze.

Domanda finale: sei soddisfatto di te stesso dopo questa gara, o hai dentro di te un qualche minimo rimpianto?

Sì sono soddisfatto. Il rimpianto non mi appartiene di solito, ma stavolta devo ammetterlo che l’ho
provato. Poi, però, mi ricredo, accettare i limiti propri fa parte delle regole del gioco. Altrimenti
non ci diverte più!

L’intervista telematica finisce, con Krom il confronto via mail continua, mi mostra mail di un suo amico finisher e molto competitivo e si ridiscute su come sia inutile e dannoso affrontare queste prove con troppo agonismo come fossimo ancora sulla strada, come sarebbe anzi opportuno fermarsi osservare e magari fotografare e filmare. In questi e in altri racconti colgo un comune denominatore, i trailer talvolta nei momenti di difficoltà o anche solo per un saluto contattano i propri cari, parlano, fanno sentire la propria voce ai bimbi, traggono forza da ciò. Condivido a pieno, e ribatto sul trail come amplificatore di emozioni e sentimenti. Trailer esploratori e osservatori, ma non con la testa fra le nuvole bensì con i piedi e il cuore ancorati ai propri cari.

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6 commenti

  1. anonimo

     /  18 giugno 2008

    cazzo, leonardo. mi hai fatto arrossire. grazie della pubblicazione. 🙂

    krom

    Rispondi
  2. anonimo

     /  19 giugno 2008

    Bellissima intervista Gert. Ancora complimenti a pioggia per krom, grande impresa davvero 🙂

    HariSeldon.

    Rispondi
  3. anonimo

     /  19 giugno 2008

    Complimenti meritatissimi a Krom per la grande impresa ma anche a Gert per il piglio da giornalista ultracompetente ed appassionatissimo !

    Rispondi
  4. anonimo

     /  19 giugno 2008

    Davvero coinvolgente sia il racconto che le domande proposte,complimenti per l’impresa a Krom e un augurio per la tua prossima Leonardo

    Rispondi
  5. anonimo

     /  21 giugno 2008

    una grande intervista al grande amico Krom … oggi mito delle ultra.
    Nelle sue parole riconosco lo spirito del trail running.
    Complimenti all’intervistatore e all’intervistato.
    Bravi fes!!

    Rispondi
  6. anonimo

     /  22 giugno 2008

    Bravissimo bell’ avventura l’ ho proprio letta con avidità e tanta invidia per un’impresa lontana da me ormai anni luce……..

    Dante

    Rispondi

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