"Le benevole", di J. Littel

"Le Benevole" si propone come un libro concepito e realizzato per diventare un capolavoro o quasi, una pietra miliare comunque, qualcosa di cui parlare e dibattere: la 2° guerra mondiale e l’olocausto,  visti  dalla parte del nazismo. Tema quantomai a rischio e delicato, le probabilità di produrre schifezze o di scrivere palesi falsi storici sono elevate. Ma l’ambizioso autore, il newyorchese J. Littel, dimostra di aver studiato a fondo la questione e di aver lavorato molto e senza fretta sulla sua opera e rilancia proponendoci quindi la storia di un ex ufficiale delle SS impegnato sia sul fronte russo che nel genocidio degli ebrei che riesce a sopravvivere al conflitto e, senza pentimenti o stucchevoli ipocrisie, ci racconta la propria versione dei fatti. L’opera inizia con il primo capitolo che in realtà è una introduzione "a posteriori" del protagonista-narratore. Già qui viene presentato il fine principale del romanzo, cioè il dimostrare come gli orrori dell’ultima guerra mondiale non siano una imprevedibile deviazione irrazionale della mente umana quanto il normale e logico esito di una fase, di un periodo storico caratterizzato dal desiderio egemonico di una nazione, di un popolo (il ricorrente Volk tedesco). Già qui, subito, l’autore e il narratore ci mettono in guardia su quello che sarà: leggeremo dell’orrore, dell’inumano, del male che diventa banale e normale ricorrenza quotidiana, leggeremo di ciò che è capace l’Uomo.

Quindi subito il lettore sa che non sarà facile, anche per la visibile mole del romanzo (quasi 1000 pagine, fittissime e sovente con periodi lunghissimi, quasi a diventare in certi momenti dei veri e propri "flussi di coscienza"). E viene proiettato nell’azione, le uccisioni di ebrei durante la campagna di Russia. Si trovano qui le pagine "peggiori" del testo, con le vivide descrizioni dei massacri di massa in Ucraina. Il vomito e la nausea nervosa del protagonista Max Aue si avvertono come reazioni normali come fossero quelle del lettore , siamo all’inizio e ancora non siamo abituati a ciò che leggeremo e troveremo oltre. Ancora non si è sprofondati nella normale quotidianità degli orrori e proviamo ancora reazioni "normali". Più in là ci si spinge, e peggio è. Non perchè l’inumano tracimi, quanto perchè ci facciamo l’abitudine, c’è la parentesi a Stalingrado sul fronte dove ci sentiamo come in un film di guerra ma poi , passato il periodo di allucinazioni e crisi  personali di Aue, si torna a razzo a Berlino, perchè c’è da organizzare il grosso dell’olocausto. E qui il lettore cede e si abitua al "normale", le cose peggiori di cui siamo capaci.

Proiettandoci nell’ordinaria burocrazia del Reich che organizza la Soluzione Finale, Littel ottiene il maggior successo del libro riuscendo a farci immedesimare o quantomeno a farci sentire vicina questa persona, incaricata di gestire e migliorare l’organizzazione del lavoro degli schiavi ebrei. Riuscendo perciò a farci comprendere quanto il Male (quello nazista, quindi considerato generalmente dalla società contemporanea il Male Assoluto, le Colonne d’Ercole dell’orrore) non è una parentesi nella storia quanto qualcosa che è stato, che sicuramente non è stato una volta sola, ma è qualcosa che la nostra specie può benissimo produrre ed essere in grado di replicare, magari in altro tempo e in altri luoghi.

Filosofeggiando (come spesso si fa nel libro) possiamo dire alla Hegel che "tutto ciò che è reale è razionale" e quindi l’Olocausto può benissimo essere descritto analizzato e compreso come quasiasi cosa che è prodotta dall’Uomo: non può essere irreale e irrazionale, perchè fu pensato e pianificato con logica e razionalità. Si pul dire quindi "Le Benevole" come apologia del nazismo? Secondo me decisamente no, a parte le origini ebree di Littel : piuttosto, l’autore si immedesima e ci fa immedesimare nel protagonista  che in pratica espone il punto di vista dei suoi simili (soldati ed ufficiali tedeschi) uomini magari inorriditi per ciò che sono costretti a fare al punto da pagarne conseguenze fisiche (stress, depressione, allucinazioni, propensione al suicidio) ma poi estraniati ed alienati dalla realtà: l’orrore che si banalizza diventando normale quotidiano. Apologia quindi di "coloro che solo obbedivano a degli ordini"? Questo forse sì. E Aue in ciò sottintende pure che altrimenti si sarebbe dovuto processare un intero popolo, un’intera generazione di sopravvissuti; e  riguardo a ciò Littel fornisce anche il proprio giudizio , ergendosi quindi al rango di storico, cosa questa che magari gli si può pure riconoscere per l’immenso e certosino lavoro preparatorio che "Le Benevole" ha comportato.  "Le benevole" quindi capolavoro assoluto, pietra miliare delle Letteratura sul XX° secolo, come dice qualcuno? Forse è un pò presto per dirlo, ma non si può rimanere indifferenti di fronte a tale opera. Come già detto, il lavoro di studio e preparazione è stato preciso fino quasi all’ossessione, lo si può definire senz’altro "romanzo storico" dato poi che i personaggi inventati si elevano a simboli di una classe e di una generazione e si muovono insieme a personaggi reali come Himmler o Speer o Eichmann fino a produrre razionalmente reali eventi storici. In ciò si inserisce la parte più fantasiosa, più romanzata e forse meno convincente, la vicenda personale del protagonista Aue, la sordida storia incestuosa con la gemella, il dolersi della scomparsa del padre, la propria degradazione fisica e mentale. Una deriva individuale che va di pari passo con la "deriva" della Storia vera , con la deriva della nazione e del popolo tedesco, una degradazione personale che alla fine si immagina termini con la fine stessa della guerra: dopodichè, torna la "normalità". E Aue che diventa il borghese che prima pensava di voler combattere. Dicevo che forse è questa la parte meno convincente, sicuramente la più letteraria ma anche la più difficile da inserire in un romanzo del genere.  Dove forse convince non del tutto anche la prolissità di alcune parti, di alcune descrizioni. Il romanzo è, come ha detto qualcuno, iperrealista ma certi dettagli appaiono a posteriori quasi inutili, ridondanti.  Ciò non toglie come già detto che il fine ultimo sia stato ampiamente raggiunto, "Le Benevole" come un monito all’umanità: ancora filosofeggiando, per Littel vale sempre il detto di Hobbes "Homo homini lupus". Nella nostra mente, e nella nostra storia di Uomini , ci stanno già e ci saranno sempre tutti gli orrori e tutto il male di cui potremo essere ideatori, autori o meri esecutori; o anche complici, testimoni (magari girando la testa e facendo finta di non aver visto) o magari vittime.

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1 Commento

  1. anonimo

     /  13 gennaio 2008

    complimenti leonardo! una recensione con i fiocchi. a questo punto, credo proprio che lo leggerò. ciao.

    krom

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