B. Jones, "Sappiano le mie parole di sangue"

Una delle mie ultime letture è stato il "quasi-romanzo" di Babsi Jones "Sappiano le mie parole di sangue".

"Quasi romanzo" lo dice del suo lavoro l’autrice in una botta di umiltà direi, perchè direi che la dignità di romanzo ce l’ha eccome, a differenza di tante altre ciofeche che si leggono in libreria. Più che degno perchè l’opera ha uno stile brillante, una narrazione non banale bensì molto coinvolgente. "Sappiano le mie parole di sangue", citazione dall’Amleto ("My toughts be bloody"), è perfetto come titolo per proiettarci nella vicenda della minoranza serba in fuga dal Kosovo. Come "Manituana" dei Wu Ming è un altro romanzo "dalla parte sbagliata della storia", cioè scritto in memoria / in onore / con la prospettiva dei vinti, in questo caso dei serbi, il popolo che era più numeroso della ex Jugoslavia, quello che deteneva il potere, e che alla fine è stato scelto dalla comunità internazionale e dai media come capro espiatorio, l’unico popolo che compiva nefandezze mentre gli altri poverini subivano. La parola che ricorre nel romanzo è "pogrom": si torna sempre lì, ogni società ha bisogno del Nemico, qualcuno su cui scaricare il fato avverso, le inefficienze, la propria rabbia o insofferenza. Insomma, un romanzo di parte e l’autrice non lo nasconde, non erano santerellini i serbi come non lo saranno stati i kosovari, i bosniaci islimaci o i croati. Però almeno il romanzo ci ricorda sempre che la realtà è sempre più complessa di come ci appare o di come veniamo informati. La storia della ex Jugoslavia è stata indubbiamente una storia tragica e la tesi del libro – che l’ultima guerra del Kosovo è stato l’atto finale di una guerra jugoslava iniziata con l’occupazione nazifascista del 1941 , una sanguinosa guerra civile già allora. Una tragedia ha da un secolo aleggiato sulla terra al di lù dell’Adriatico, pensando che anche la 1° Guerra Mondiale è nata a Sarajevo. Il romanzo di Babsi è pessimista, alla fine non c’è scampo, non c’è redenzione, la guerra civile si nutre di un’odio coltivato da secoli. E la vicenda Kosovo a livello internazionale non è ancora chiusa. Chi legge il romanzo, alla fine non può che temere che ora ci sia solo una pallida tregua prima della prossima tempesta.

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